'Musk', il premio Oscar Gibney smonta il mito: 'L'aria sta cambiando'
Quasi quattro ore di documentario, presentato a Venezia, nelle sale Usa dal 16 ottobre
(di Lucia Magi) "Come ha fatto Elon Musk ad accumulare tanto potere, e perché glielo abbiamo concesso?". È la domanda con cui Alex Gibney apre il documentario 'Musk', un ritratto monumentale dell'uomo più ricco del mondo che, mettendo insieme trent'anni di successi, fallimenti, bugie e promesse mirabolanti, finisce per rivelare un abilissimo illusionista. Il regista premio Oscar per 'Taxi to the Dark Side', inchiesta sulle torture americane in Afghanistan, e autore dell'illuminante 'Going Clear' su Scientology, impiega 224 minuti per ripercorrere l'ascesa del titano della tecnologia: dall'infanzia nel Sudafrica dell'apartheid alle prime fortune nella Silicon Valley, da Tesla a SpaceX, dall'acquisto di Twitter (poi diventato X) all'ingresso nell'amministrazione Trump. Musk ha rifiutato di farsi intervistare, liquidando in anticipo il film come un attacco personale. Gibney lo sostituisce con un avatar creato con l'intelligenza artificiale a partire da migliaia di ore di interventi pubblici e dichiarazioni del magnate, che parla con la sua voce usando parole davvero pronunciate. Con la testa grande e il corpo piccolo, è una scelta ironica ma anche una chiave di lettura: Musk vede il mondo come un videogioco da vincere, eliminando chiunque ostacoli il suo cammino di 'prescelto', dalle ex mogli alla figlia transgender, dagli ingegneri di Twitter ai dipendenti pubblici. Presentato in anteprima mondiale fuori concorso all'83/a Mostra del Cinema di Venezia, il documentario arriva nelle sale degli Stati Uniti il 16 ottobre, distribuito da Bleecker Street, ma non ha ancora una data di uscita italiana. Attraverso testimonianze di familiari, ex collaboratori e giornalisti, Gibney smonta il mito del genio visionario, raccontando gli inganni dietro alcune innovazioni di Tesla, gli incidenti legati alla guida autonoma e il potere geopolitico conquistato attraverso Starlink. Musk è il sintomo, non la causa. A sostenerlo, durante la presentazione del film ieri a Los Angeles, è Adam Becker, astrofisico, giornalista e autore di 'More Everything Forever', saggio che indaga il messianismo tecnologico della Silicon Valley e la concentrazione del potere nelle mani dei suoi miliardari. "Musk è il prodotto del suo ambiente e del suo tempo", spiega. "Da anni scherzo dicendo che Musk è un'operazione psicologica per farci prestare meno attenzione a Peter Thiel (cofondatore di PayPal, oggi presidente di Palantir). Naturalmente non lo credo davvero, ma Thiel è agghiacciante. Anche Marc Andreessen e David Sacks lo sono. Sono tutti diversi, ma strutturalmente si assomigliano". E aggiunge: "Ci sono probabilmente altri cento uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare che sarebbero stati altrettanto terribili se si fossero trovati nella stessa posizione di ricchezza e potere". Per Becker, che interviene nel documentario, dietro le fantasie di immortalità, colonizzazione spaziale e superintelligenza artificiale che accomunano i titani della tecnologia c'è soprattutto una combinazione di paura e desiderio di controllo. "Se dovessi riassumerlo in una frase: sono ragazzotti cresciuti e arricchiti, che vogliono andare nello spazio e vivere al cospetto di un dio fatto dall'intelligenza artificiale. Spoiler: non succederà". Becker è ottimista: "Non siamo inermi nelle mani di questi burattinai. Sta nascendo un movimento molto forte contro questi oligarchi della tecnologia con delirio di onnipotenza. Non vengono più ammirati come stravaganti e simpatici fautori del proprio successo. L'aria è cambiata. C'è un movimento diffuso e ormai visibile anche in politica che chiede di far loro pagare più tasse o contro i datacenter. La gente comincia a capire che bisogna fermarli. È un sentimento nuovo, e mi dà speranza".
K.Jung--FFMTZ